Poemi della terra nera. Le opere visionarie di Wangechi Mutu alla Galleria Borghese

Galleria Borghese, Roma. Sulla facciata, nei Giardini Segreti e nelle sale interne emergono con forza le creazioni dell’artista keniota-americana Wangechi Mutu in dialogo con le opere della collezione permanete della Galleria.L’impatto è forte e non passa inosservato, catturando l’attenzione del pubblico che viene trasportato dall’arte classica a quella contemporanea verso mondi sconosciuti. Poemi della terra nera, a cura di Cloé Perrone, è infatti un progetto site-specific ricco di risonanze etniche, miti, contrasti e misteriosi richiami che invitano lo spettatore a vivere il museo non solo come uno spazio di memoria, ma come un luogo di immaginazione e trasformazione.

La mostra
Il titolo evoca il profondo significato della pratica duplice di Mutu, intrecciata tra poesia e mitologie, ma profondamente ancorata ai contesti sociali e materiali contemporanei. La “terra nera”, ricca e malleabile sotto la pioggia, quasi come argilla, appare in molteplici geografie, inclusi i Giardini Segreti della Galleria Borghese, che offrono un punto di risonanza con l’immaginario dell’artista. Da questa terra, le sculture sembrano emergere, come modellate da una forza primordiale, dando vita a storie, miti, ricordi e poesie. La metafora sottolinea la forza generativa e trasformativa del suo lavoro: radicato nella materialità ma aperto a molteplici interpretazioni future. Attraverso la scultura, l’installazione e l’immagine in movimento, l’artista propone un approccio innovativo allo spazio museale, che sfida la gerarchia, la permanenza e il significato fisso. Il museo non è più un contenitore statico di oggetti – seppur emotivamente “parlanti” come le opere di Caravaggio o Canova – ma come un organismo vivo, in continua trasformazione, plasmato dalla perdita, dall’adattamento e dalla riconfigurazione.

Le sezioni
La mostra si articola in due sezioni complementari. Presenze eteree che si librano in aria, volano leggere, oppure sono poggiate su piani orizzontali. Opere come Ndege, Suspended Playtime, First Weeping Head e Second Weeping Head sfidano la logica gravitazionale, pendendo delicatamente dai soffitti e incorniciando nuove vedute. Il campo visivo del museo si ridisegna e nuove modalità di percezione si aprono al nostro sguardo. I materiali – bronzo, legno, piume, terra, carta, acqua e cera – sono cruciali per l’etica della mostra. Il bronzo in particolare, si spoglia del suo significato più tradizionale per diventare veicolo di memoria ancestrale, di recupero e di molteplicità. Inserendo sostanze organiche, fluide, mutevoli in un contesto tradizionalmente dominato dal marmo, dallo stucco e dalle superfici dorate, l’artista ribadisce la poetica della trasformazione, del divenire, anticipando così un tema che sarà centrale nel programma espositivo del museo del 2026: le metamorfosi.

La facciata e i giardini
All’esterno, sulla facciata del museo e nei Giardini Segreti si dispiegano: The Seated I e The Seated IV, due moderne cariatidi realizzate per la facciata del Metropolitan Museum di New York nel 2019 nell’ambito della Facade Commission, che sembrano presenze di altri mondi seppur richhe di emblematiche allusioni alla tradizione africana; Nyoka, Heads in a Basket, Musa e Water Woman, che reinterpretano i vasi archetipici come spazi di trasformazione. Con The End of eating Everything, Mutu espande il proprio linguaggio artistico attraverso il video, in una dimensione temporale e immersiva per l’esplorazione del mito. Queste opere danno vita a nuove forme ibride, in parte umane, in parte mitologiche, in parte contenitori simbolici, attingendo alle tradizioni dell’Africa orientale e alle cosmologie globali, che sembrano emergere da un terreno simbolico. La loro posata presenza nei giardini e sulla facciata, offre un contrappeso all’ordine classico del sito, sfidando la forma idealizzata e la narrazione lineare a favore dell’ambiguità, dell’alterità e della presenza spirituale. Anche il suono, vero o suggerito, e la sua traccia giocano un ruolo sottile ma pervadente nella mostra: dal ritmo sospeso di Poems for my great Grandmother I al testo appoggiato di Grains of War – tratto dalla canzone War di Bob Marley ispirata ad una figura chiave dei movimenti anticoloniali – l’ultimo imperatore d’Etiopia Haile Selassie (1930-1974), il cui discorso del 1963 alle Nazioni Unite chiedeva la fine dell’ingiustizia razziale. Il linguaggio diventa scultoreo e il suono una forma di memoria.

L’American Academy in Rome

La mostra prosegue all’American Academy in Rome, dove è esposta Shavasana I. La figura in bronzo, sdraiata e coperta da una stuoia di paglia intrecciata, è intitolata alla posa yoga “shavasana” e si ispira a un reale fatto di cronaca. La collocazione, nell’atrio dell’Accademia, alla presenza di iscrizioni funerarie romane, fa da cassa di risonanza al concetto di morte, abbandono e dignità del vivere. (fonte testi: Ufficio Stampa Lara Facco; crediti foto: in apertura, la facciata del Museo, con le due opere ieratiche di Wangechi Mutu, The Seated I e The Seated IV, ph_©Marina De Benedictis; a seguire un composit dei dettagli delle stesse opere esterne, ph_©Marina De Benedictis; infine, un intenso ritratto posato di Wangechi Mutu, ph. by Khadija Farah) La mostra è resa possibile grazie al sostegno di FENDI, sponsor ufficiale dell’esposizione. Il programma di incontri che accompagna l’esposizione, dal titolo Esistere come donna, è organizzato da Electa con Fondazione Fondamenta e affronta i temi della mostra attraverso dialoghi e lezioni con partner istituzionali.

Wangechi Mutu, Poemi della terra nera
Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 Roma
sino al 14 settembre 2025
www.galleriaborghese.beniculturali.it

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