Pietro… a me gli occhi, please

Parlare di Gigi Proietti in occasione della sua scomparsa non ha molto senso, commemorarlo è forse inutile: chi lo conosceva e lo apprezzava, sa già tutto di lui, della sua grandezza di uomo e della sua inarrivabilità di artista. Chi non lo conosce, merita di restare nell’ignoranza. Fiumi d’inchiostro stipendiato si stanno già versando su di lui e se ne verseranno nei prossimi giorni. Ai romani, come il sottoscritto, lascia un gran vuoto emotivo e culturale, e ci mancherà quel suo largo, esagerato, sincero sorriso; quegli occhi attenti e mobilissimi; quella sua voce poliedrica, profonda e un po’ nasale. Ci mancherà il Gigi ospite garbato nelle apparizioni televisive e il Gigi istrione e , come si diceva un tempo, mattatore, nei suoi one man show. Una sera, nei lontani anni 80, assistevo miracolosamente in prima fila ad una delle prime rappresentazioni del famoso “A me gli occhi, please”. Con il collo dolorante per la scomoda posizione di chi sta proprio sotto il palco, vedevo il Maestro esibirsi nella famosa gag del “giapponese”. Sudatissimo, con un improbabile kimono e gli occhi bistrati ridotti a due fessure, la voce che imitava l’accento nipponico producendo fonemi fantasiosi, ad un tratto, mimando un contadino nell’atto di cogliere un fiore disse: (lunga, sapiente, pausa con sguardo che dardeggiava sul pubblico) estrazione del loto…subito aggiungendo un: che Dio mi perdoni! E lui che dal Globe Theatre è salito al Celestial Theatre senz’altro si vedrà perdonati tutti i suoi peccati.